L’elefante d’Africa

Questa è la storia di un incontro fortuito con un signore anziano, di origine congolese, che frequenta le nostre scuole per imparare l’italiano. Viene dalla Repubblica Democratica del Congo ma ha una moglie e tre figli qui in Italia. Ormai sono quasi tutti diventati italiani, solo il più piccolo sta aspettando una risposta per la sua richiesta di cittadinanza. Il signor K. (così lo chiameremo) non è un congolese qualunque, è un funzionario. Ha lavorato per 40 anni per lo Stato. E ancora oggi è operativo, anche se in permesso per malattia. L’agenzia statale per cui lavora si occupa dei controlli, di tutto ciò che entra e che esce da un paese come la RDC. Il signor K mi racconta le pressioni che arrivavano da ogni livello sul suo lavoro. Pressioni molto facili da comprendere in un contesto come quello della Repubblica Democratica del Congo, in cui l’Est del Paese, la regione del Kivu, non è più sotto il controllo dello Stato per quanto riguarda le esportazioni illecite di minerali pregiati. Dalla sua visione privilegiata mi racconta di come sia veritiero il rapporto delle Nazioni Unite che ha descritto la rapina sistematica delle ricchezze del Congo da parte dei paesi della regione dei Grandi Laghi e di tanti altri soggetti. Cita anche gli americani e gli inglesi che preferiscono fare affari con il Rwuanda, piuttosto che con l’RDC. Il funzionario non risparmia critiche anche ai dirigenti del suo paese che si sono spesso adoperati per dare ad altri, ma non hanno fatto abbastanza per garantire l’accesso alle ricchezze per la popolazione locale. Un Paese ricco che dipende dalle importazioni, anche per quello che produce, dall’energia ai beni alimentari:

Prima dell’indipendenza le risorse congolesi erano divise in due: 45% per l’agricoltura e 55% per il settore minerario. Il Paese era autonomo per quanto concerneva molte produzioni alimentari. Eravamo anche in grado di esportare olio di palma, banane, eravamo autonomi per il mais e producevamo molte arachidi. Oggi invece la produzione è fortemente diminuita. Le campagne sono state colpite da molti sommovimenti, da ribellioni, sono state distrutte le strade. Per la gente è diventato più complicato vendere e comprare i prodotti locali e ha cominciato a produrre per autosufficienza. La liberalizzazione del settore minerario dell’oro, dei diamanti e di altre materie prime pregiate ha spinto verso l’arricchimento facile. Questo ha fatto sì che i grandi importatori abbiano imposto il loro gusto. Gli importatori principali, per esempio fanno entrare nel Paese pesce e riso. Il riso è anche più conveniente perché si può lucrare sul prezzo e una percentuale rimane nei conti all’estero. Il Congo potrebbe produrre riso per tutto il mondo. C’erano delle regioni note per le coltivazioni di riso per esempio quella del Maniema, del Kasai e dell’Ituri, una delle regioni più ricche ma anche più instabili. Penso sia più ricca della Costa d’Avorio perché possiede il petrolio i diamanti ed è di una fertilità incredibile, possono essere piantate persino varietà tipiche dei climi temperati.

Dalle parole del signor K traspare anche la frustrazione di un Paese che, come lui ci tiene a dirmi, ha sviluppato la qualità arabica del caffè per poi cedere il primato ad altri paesi africani. A pesare sulla situazione attuale del Congo sono i gruppi ribelli e gli interessi che sfruttano il controllo del territorio per arricchirsi. Nella nostra discussione ripercorriamo la storia del Paese, e come diversi passaggi, dalla fine della colonizzazione al fallimento dell’indipendenza del Katanga, dall’assassinio di Lumumba alla fine di Mobutu, non siano nati dall’interno ma siano piuttosto stati condizionati da presenze esterne, le stesse potenze occidentali che hanno mandato in Congo la più numerosa missione onu di tutti i tempi.

Adesso sono arrivati i cosiddetti paesi emergenti come la Cina e l’India. Ci hanno mostrato che anche partendo da condizioni difficili ci si può emancipare e si può vivere. La Cina ci dice: non vengo da moralizzatore, vengo come un vostro pari. Vi do dei finanziamenti che voi mi rimborserete. Facciamo degli affari. Gli europei per dare qualche cosa chiedono il rispetto dei diritti dell’uomo, interessi alti senza garantire alti finanziamenti. I cinesi sono arrivati ma ancora i progetti non sono partiti perché noi non siamo pronti a trattare con loro. I cinesi lavorano. Noi dobbiamo entrare nella mentalità del lavoro e del profitto reciproco. I cinesi investono nel settore minerario, nel commercio agro-alimentare, nel tessile, insomma fanno tutto. Sono in grado di adattarsi ai bisogni della gente. Sono pragmatici. E poi sono nell’edilizia. Hanno costruito il palazzo del popolo e un grande stadio. Dalla Cina importiamo il mais e i fagiolini, che noi stessi coltiviamo. Come forma di rimborso hanno chiesto di dare loro dei terreni per sfruttare le miniere. In contropartita offrono strade e ponti. A volte i progetti si fermano a causa delle dispute con il Fondo Monetario internazionale. Quando i cinesi cominciano i progetti portano anche i loro operai che lavorano giorno e notte.

Il signor K sembra soddisfatto delle intenzioni e delle idee che arrivano dalla Cina, come vero partner commerciale, anche se, il fatto che siano i cinesi a lavorare nei cantieri congolesi giorno e notte non dà tanta sicurezza ai suoi compatrioti. La nostra discussione si sposta sul piano legislativo, in particolare sulla gestione della terra e delle risorse che contiene. Terra che appartiene allo Stato.

In molti paesi africani esistono delle legislazioni molto belle, che non vengono applicate. La terra appartiere allo Stato, secono la legge Bakajika. In Katanga, ad esempio, la popolazione locale non è informata delle concessioni minerarie che vengono affidate a soggetti nazionali e stranieri. Le concessioni vengono attribuite a Kinshasa. Chi ottiene uno di questi permessi sfratta la popolazione locale dicendo che farà delle strade, delle scuole. Noi abbiamo leggi che impediscono gli abusi ma vengono ignorate anche da coloro che dovrebbero farle applicare. Anche nell’Est del Paese valgono le stesse leggi ma sono difficili da far rispettare. Molti dirigenti statali sono implicati nel sistema minerario e questo non favorisce certo il controllo.

L’introduzione dei trattati internazionali come quello del Processo Kimberley per i diamanti ha avuto un qualche effetto, ha dimostrato che le esportazioni dei Paesi della Regione dei Grandi Laghi erano spesso drogate dalle materie prime provenienti dal Congo. Questo però non ha fermato gli interessi. Nonostante si conoscano i nomi delle società e le tratte attraverso cui vengono esportati illegalmente i minerali, continuano ad essere prodotti certificati falsi, a volte negli stessi Paesi coinvolti nei traffici illeciti.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Maghe ha detto:

    Ho letto l’articolo sull’elefante d’Africa , il Congo, e avrei continuato ancora a leggere come se la storia non potesse finire così, come se anche un articolo potesse restituire un po’ di giustizia a questo paese!

    1. mabelelaterrasottoipiedi ha detto:

      Un Paese che ha dato i natali ad una persona determinata come il Dottor Mukwege e che ha vietato la proiezione del film che racconta proprio la sua storia. “L’Homme qui répare les femmes” di Thierry Michel. Un Paese in cui donne e uomini si battono per il loro popolo con strumenti semplici (come una radio o un ambulatorio) e fanno cose grandiose.

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