Rio 2016: la lotta dei Guaranì per sopravvivere

Cominciano oggi i Giochi Olimpici di Rio 2016 che attireranno per circa 20 giorni l’attenzione del mondo dello sport e non solo, sul Brasile. Questo grande evento sportivo (come i mondiali di due anni fa) è l’occasione per mostrare al mondo quello che avviene tutti i giorni in questo immenso Paese e di cui difficilmente arriva l’eco dalle nostre parti. Ieri, dal sito di Survival International, i capi indigeni Guaranì del Brasile hanno lanciato un messaggio diretto agli allevatori e agli agricoltori violenti che in questi anni hanno ucciso, picchiato e allontanato le comunità indigene dalla loro terra. “Noi non cederemo, lotteremo per le terre che ci sono state rubate” dicono i rappresentanti di Aty Guasu, l’organizzazione dei Guaranì del Brasile.

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Alcuni rappresentanti del popolo Guaranì. Fonte: Survival. Autore: Fiona Watson

Survival sul suo sito ha pubblicato anche questo video, in cui i Guaranì raccontano le violenze subite in questi mesi, e in questi anni in cui i sicari, assoldati dagli allevatori hanno ucciso numerosi capi della comunità.

Le terre che i Guaranì considerano ancestrali sono da anni oggetto degli interessi economici di molti, dagli allevatori ai coltivatori di canna da zucchero e soia. La questione terriera in Brasile è centrale e non solo per i popoli indigeni che lottano per i loro territori ma anche per i contadini senza terra, che si sono visti espropriare negli anni da spudorati falsificatori di diritti di proprietà.

Nel mese di luglio la polizia brasiliana ha costretto la comunità Apy Ka’y ad allontanarsi dalla loro terra e ha distrutto le loro case. Si trattava di un territorio rioccupato dalla comunità, che lo considera parte delle terre ancestrali. La chiamano “retomada” e prevede la riappropriazione delle terre originariamente occupate dagli indigeni. Nonostante lo Stato brasiliano abbia riconosciuto l’importanza di queste comunità non ha mai realizzato la demarcazione dei territori ancestrali e molte di quelle terre sono ancora occupate dai proprietari terrieri che possiedono titoli di proprietà, spesso fasulli, e avvocati in grado di far valere i loro interessi.

La storia di questa comunità è comune a molte altre. Per anni uomini, donne e bambini sono stati costretti a vivere lungo le autostrade, lavorando nelle piantagioni industriali degli stessi proprietari che sfruttano le loro terre. La rioccupazione della terra non è stata riconosciuta a livello legale e il giudice ha emesso uno sfratto, eseguito dalla polizia. Survival International ad aprile aveva lanciato la campagna “Fermiamo il Genocidio in Brasile” proprio per evidenziare la drammatica situazione in cui si trova questo popolo. La campagna chiede al governo brasiliano di procedere con la definizione dei confini territoriali delle terre ancestrali e con la persecuzione di coloro che hanno ucciso Guaranì e continuano a farlo. Ad essere rimasto inascoltato in questi anni è stato anche l’appello lanciato nel 2015 dall’esperta delle Nazioni Unite Victoria Tauli-Corpuz, relatrice speciale per i diritti dei popoli indigeni. La relatrice chiedeva al governo brasiliano di assicurare il rispetto dei diritti della popolazione indigena contro gli allontanamenti forzati dalle terre, garantendo il consenso libero, previo ed informato.

La violenza perpetrata nei confronti dei Guaranì è stata più volte documentata. Nel 2015 il Festival della Fotografia Etica di Lodi ha mostrato le fotografie di Nadia Shira Cohen e di Paulo Siqueira raccolte in “Terra Vermelha”.

Tra le testimonianze raccolte dal movimento per i popoli indigeni c’è anche quella di Eliseu Guaranì, uno dei rappresentanti della comunità.

Due anni fa, nel 2014, mentre era di passaggio a Milano, grazie a Survival avevo avuto modo di incontrarlo e di ascoltare le sue parole che potete riascoltare in questo post “La lotta di Eliseu

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